Pochi sanno che Groenlandia, letteralmente “Terra Verde”, costituita al 90% da infertili rocce metamorfiche e da ghiacci eterni, sia un nome attribuito con astuzia dai popoli vichinghi che abitavano l’Islanda, letteralmente “Terra dei ghiacci”, caratterizzata invece da numerose vallate verdi e dalla fertilità dei terreni lavici, con il semplice scopo di dirottare eventuali popolazioni nemiche in cerca di terre nuove e appetibili da colonizzare.

Se questa è solo una delle ipotesi relative l’etimologia, gli indiscussi protagonisti di questa terra sono gli Iceberg, che una volta staccatisi dai ghiacciai che li hanno intrappolati per milioni di anni, cominciano la loro navigazione in mare aperto, mossi dalle gelide correnti artiche e dal vento.

Stiamo parlando di esseri vivi, in continuo movimento, affascinanti e ipnotici, che vivono nel mare, sino al loro completo scioglimento.

Una vera e propria danza blu, cui ho assistito per l’ennesima volta, la quarta che visito questo splendido paese.

Il viaggio è stato organizzato assieme a una mia collega, per accompagnare un piccolo gruppo di persone alla scoperta di queste terre affascinanti, lungo la costa nord-occidentale.

Il nostro viaggio è partito da Ilulissat, regno degli iceberg danzanti, per poi muoverci verso il piccolo paese di Qeqertarsuaq nell’isola di Disko Bay e approdare infine nella splendida, quanto suggestiva isola di Uummannaq.

La prima volta che ho visitato queste terre non avevo grandi aspettative, se non la voglia di scoprire che mi accompagna alla vigilia di ogni viaggio. A distanza di cinque anni, devo proprio smentire chi dice che esiste solo il mal d’Africa. La Groenlandia è una terra che affascina e sorprende, che sa trasmettere grandi emozioni e fa riflettere.

Si visita questa terra per ammirare gli iceberg, ma poi si scoprono i fiordi, la tundra, i paesaggi, dove la Wilderness domina incontrastata e infine le persone che la abitano, gli Inuit, un popolo fiero e gentile.

Con me, nello zaino fotografico, un’attrezzatura “nuova” rispetto ai viaggi precedenti che mi avevano portato qui. Un ritorno alle origini, considerato che ho abbandonato il corredo analogico da dieci anni e adesso, sorprendentemente, ritrovo il gusto di toccare con mano, e con gli occhi, le sensazioni di quegli anni lontani. Ovviamente non mi riferisco al fatto di tornare alla pellicola (con cui peraltro si stanno realizzando ancor oggi ottimi e sorprendenti lavori), ma piuttosto a quella di riprendere a fotografare con una medio formato (4:3), la Fujifilm GFX 50S. La testerò con il super-grandangolare GF23mm F4,  lo zoom GF32-64mm F4 e il medio tele macro GF120mm F4.

Nei giorni precedenti il viaggio, per un progetto che sto realizzando per Fujifilm Italia, ho già avuto il modo di lavorare con questo corredo. Fin dai primi scatti il feeling è stato immediato. La leggerezza del sistema mirrorless applicato a un corredo medio formato è insuperabile. Con lo stesso corredo analogico il mio zaino pesava circa 8-10 chili, adesso siamo sotto la metà di questo peso. I comandi e il menù della macchina sono intuitivi e non creano problemi e, dopo una giornata sul campo, sembra di conoscerci da una vita.

Lo schermo orientabile verso l’alto e la possibilità di mettere a fuoco al semplice tocco, offrono un’operatività insuperabile, ma quello che più stupisce è l’incredibile dimensione del sensore che viene scoperto a ogni cambio lente. Fin da quando l’ho osservato per la prima volta, mi sono chiesto se la decantata qualità e supremazia rispetto ai sensori pieni, si sarebbe rivelata tale. In ufficio, una volta aperti i files, tutti i possibili dubbi scompaiono e subito ci si accorge della qualità solo percepita guardando le immagini in macchina. Il dettaglio è sorprendente, una tridimensionalità mai trovata con il digitale, ma quello che davvero stupisce, a discapito della generosa dimensione del file, è la quantità d’informazioni che ogni singolo raw contiene. Alcune immagini, volutamente sottoesposte di quasi sei stop, una volta corrette nel programma di elaborazione rivelano informazioni incredibili, quasi come le immagini fossero state scattate in modo corretto e per giunta senza le fastidiose aberrazioni cromatiche cui ero tanto abituato (e infastidito!)  e con recuperi ben inferiori, con il mio precedente corredo, con una quantità e qualità di rumore sorprendenti.

Con queste premesse e con la voglia di essere ancor più sorpreso ho utilizzato il corredo mirrorless medio formato in Groenlandia.

Il nostro viaggio fotografico è iniziato a Ilulissat dove non abbiamo trovato condizioni metereologiche proprio perfette, ma per un paesaggista, quello che normalmente è brutto diventa motivo ispiratore per scattare immagini inusuali e originali.  Iniziando dai paesaggi aperti, con cieli color piombo dove le nuvole corrono veloci, per arrivare ai particolari delle scogliere di roccia metamorfica, aspettando il famoso momento giusto, quello in cui un’onda porta uno sbuffo d’acqua sulla composizione, così da renderla maggiormente dinamica. Entrambi gli obiettivi testati hanno dimostrato una definizione sorprendente, persino ai diaframmi estremi. Le due immagini, infatti, sono state scattate a f 32, con una perdita irrisoria di qualità rispetto ai diaframmi intermedi, abitualmente consigliati per trarre il massimo dalle lenti utilizzate.

Certo, se qui avessi avuto a disposizione un obiettivo decentrabile, con il basculaggio non avrei dovuto chiudere il diaframma così tanto per avere la necessaria profondità di campo e la percezione di nitidezza e tridimensionalità che ne avrei tratto sarebbe stata ancora più efficace. Ricordiamoci però che stiamo parlando di un sistema appena nato e suscettibile di miglioramenti come nessun altro. Dal mondo Fujifilm poi, giorno dopo giorno, arrivano notizie relative all’uscita di nuovi obiettivi, oltre a miglioramenti costanti del sistema. Personalmente tengo le dita incrociate per questo tipo di lenti, utilissime in diverse situazioni.

Uummanaq è una pittoresca cittadina distante 590 km a nord del circolo polare artico nota anche come il punto più soleggiato della Groenlandia.

Dalle coloratissime case in stile tipicamente groenlandese al fiordo antistante, popolato ogni giorno da nuovi giganti azzurri sino al deserto artico groenlandese, le opportunità fotografiche nei tre giorni di permanenza sono state straordinarie.

Una grande possibilità offerta da questo sistema è di scattare, scegliendo in macchina, il tipo di formato. Molto spesso, ho scelto di scattare con il formato X-Pan caratteristico dell’Hasselblad (65:24) che utilizzavo ai tempi dell’analogico, assieme al più tradizionale 4:3 del sistema medio formato, e che ritrovo oggi in un’unica sorprendente macchina. Il file che permette di visualizzare l’immagine direttamente in macchina è un file compresso (jpg), ma estrapolato dal file nativo raw: nel programma di elaborazione l’immagine compare come un file raw con la maschera formato X-Pan applicata e suscettibile dunque di tutti i miglioramenti colore che solo il file scattato in raw può permettere oltre alla modifica della composizione originaria, semplicemente spostando la maschera di ritaglio sull’immagine e ricomponendola. Considerato la generosa dimensione del file, una soluzione davvero senza compromessi!

É il deserto artico che visitiamo durante una grigia giornata autunnale nella vicina isola di Storøen, che ci fa sobbalzare il cuore e fa capire di essere testimoni visivi di una terra che nel tempo ha vissuto sconvolgenti cambiamenti climatici. Le rocce antiche e colorate, formano una landa desolata degna dell’inferno dantesco, risultato di antiche eruzioni vulcaniche avvenute più di 4 miliardi di anni fa.

Fuoco e rocce roventi, oggi contrapposte agli iceberg che nascono dai più grandi ghiacciai al mondo. Ci rendiamo conto di trovarci nella Groenlandia più segreta e sconosciuta, che pochi hanno avuto la fortuna di vedere. Con la poca luce disponibile, in questa parte di mondo abbandonata, la Fujifilm GFX 50S mostra tutta la sua capacità di trattenere sfumature e colori, rendendoli quasi vivi; e lo merita questa vegetazione che con la sua colorata vitalità rende più gentile e meno spettrale questo desolante paesaggio.

Ultima tappa di questo emozionante viaggio è stata l’isola di Disko, patrimonio dell’Unesco.

Un cielo senza nuvole e una temperatura mite ci accolgono nell’impronunciabile cittadina di Qeqertarsuaq. Si respira un’aria serena. La baia è punteggiata di enormi iceberg e durante una tranquilla passeggiata serale ci sembra quasi impossibile vedere un gruppo misto di uomini e donne Inuit che giocano assieme in un campo di erba sintetica con sullo sfondo, gli onnipresenti iceberg… una foto è d’obbligo e quasi mi commuovo nello scattarla.

La sera successiva ci incamminiamo verso le scogliere di basalto. Abbiamo pianificato di arrivare a destinazione giusto in tempo per godere degli ultimi raggi di sole, ma soprattutto per assistere allo spettacolo della luna piena. Se abbiamo calcolato tutto per benino, dovremmo essere nella posizione e nel momento giusto per realizzare degli scatti fortemente suggestivi. Le rocce ben presto diventano quasi nere, d’obbligo è ricorrere al “light-painting” con delle torce a led (a luce bianca), cercando di illuminare il più gentilmente possibile le colonne di basalto, per evitare contrasti troppo duri e/o artificiosi.

Dopo numerosi tentativi ci riteniamo soddisfatti e ci incamminiamo lungo la via del ritorno.

Al nostro rientro non possiamo non fermarci ancora per una buona oretta davanti allo spettacolo del mare artico e degli iceberg illuminati in silhouette dalla suggestiva luce lunare.

Anche a iso più elevati la GFX 50S si dimostra degna delle aspettative, con una grana secca e piacevole, utilizzabile tranquillamente fino a 12800 iso.

Gli ultimi due giorni li trascorriamo nel regno degli iceberg danzanti, a Ilulissat, dedicati per lo più alle uscite in barca per osservare e fotografare da vicino questi giganti dei mari, con la segreta speranza di poter vedere nuotare tra loro le regine indiscusse del mare artico, la balena.

La fortuna è dalla nostra e in due serate riusciamo a osservare quasi una dozzina di megattere, vivendo emozioni difficilmente raccontabili e trasmissibili. Anche in queste immagini d’azione la piccola medio formato non ha perso colpi, nonostante non sia proprio una macchina d’azione. L’autofocus si è dimostrato sempre preciso e affidabile permettendomi di riprendere questi maestosi animali nei momenti topici, quelli in cui emettono il getto d’acqua dagli sfiatatoi, e soprattutto quando inarcano il loro corpo verso le buie profondità del mare, mettendo in bell’evidenza la loro enorme pinna caudale.

La luce della luna piena ci accompagna durante il nostro rientro al porto di Ilulissat. Sono due ore di piacevole ammirazione dell’affascinante paesaggio groenlandese. Due ore in cui dedichiamo le nostre ultime energie a scatti più creativi. La luce ormai è quasi del tutto sparita, e nel buio della notte non resta che dare spazio alla fantasia e alle enormi possibilità che questa fantastica macchina permette di realizzare.