Un animo selvaggio con scogliere a strapiombo e cascate che si gettano in mare dalle alte scogliere dei fiordi.

A metà strada tra la Norvegia e l’Islanda le Isole Far Øer spuntano dall’Atlantico come un prezioso scrigno di natura selvaggia.

L’arcipelago, costituito da 18 isole montagnose, è infatti caratterizzato dalla natura incontaminata: scogliere scoscese che sorgono dal mare, numerosissimi fiordi che si insinuano creando strette baie naturali, tantissime specie di uccelli tra cui i pulcinella di mare.

Pochissimi villaggi, piccoli e graziosi, dove si distribuisce la popolazione faroese composta da meno di 50.000 abitanti. Qui i tramonti durano un giorno e le temperature non sono mai troppo rigide grazie alla corrente del Golfo che mitiga il clima, nelle notti più fredde e limpide è possibile ammirare l’aurora boreale.

L’ente del turismo delle Far Øer le definisce in tre parole: incontaminate, inesplorate, incredibili.

Le opportunità fotografiche qui sono molteplici e la luce mi regala la possibilità di poter scattare praticamente tutto il giorno.

Potendosi spostare facilmente fra le isole principali si ha subito un’idea di quello che è il paesaggio che caratterizza tutto l’arcipelago. Il verde domina, contrastato dal bianco di sprazzi di neve a tratti ghiacciata che regala forme armoniche molto interessanti per il tipo di fotografia che ho in mente. Il mare riflette i colori scuri delle scogliere che lo sovrastano. Perfette linee verticali disegnate delle cascate lungo le pareti delle scogliere. Nuvole grigie di acqua dolce e salata quando la cascata arriva a fine corsa con un tuffo fragoroso in acqua di mare. Il paesaggio dall’alto delle scogliere è bellissimo, all’orizzonte si intravedono le altre isole con il sole che riflette in lontananza. Immagino quale possa essere la vista dall’altra sponda e così provo a cambiare il punto di vista facendo volare il drone che ho a disposizione e ritraendo ciò che vedrei se potessi stare laggiù.

Alle Far Øer la vita procede lenta, dettata dal variare incerto del tempo che gioca un ruolo fondamentale nella vita e nelle attività di queste isole. Spesso avvolte dalla nebbia e spesso spazzate via dal vento oceanico le isole appaiono come una terra apparentemente inospitale, anche fotografare non è semplice, il vento rischia di spazzare via l’attrezzatura e il cielo sempre nuvoloso e spesso nebbioso mi costringe a lunghe attese.

I faroesi fanno una vita ritirata, ma nei rari momenti in cui si incontrano, si rivelano essere gente ospitale, votata alla musica, alcune band locali infatti hanno avuto successo a livello mondiale.

La vita delle Far Øer è dettata dall’incertezza, niente è mai sicuro qui, nemmeno la storia. Pare infatti che queste isole siano state popolate per la prima volta nel IX secolo a seguito delle grandi invasioni da parte dei vichinghi norvegesi, ma probabilmente già  quattrocento anni prima vivevano qui  alcuni monaci eremiti irlandesi e scozzesi e nemmeno sul vero significato del nome si hanno certezze, infatti, la tesi più diffusa che Far Øer significhi “isole delle pecore” viene messa in discussione da molti linguisti che invece sostengono che la reale traduzione sia “isole remote”.

Probabilmente potrebbe essere inutile disquisire sul volere affermare uno di questi due significati poiché entrambi si addicono perfettamente a questi luoghi.

E infatti qui, in questi che sono senza dubbio luoghi lontani e sconosciuti, remoti, dove nemmeno google street view è ancora arrivato con il suo famoso zaino-camera, le pecore si incontrano ovunque, libere al pascolo, ricoperte di lana scura e innevata. Se ne contano tre per ogni abitante, la maggior parte degli abitanti faroesi alleva le pecore.

Si confondono con il paesaggio brullo e la vegetazione bassa tipica delle praterie nord europee.

Certo è invece che le Far Øer sono terra di leggende e la verità a volte si confonde con la fantasia. Chiacchierando con qualche vecchio signore, si possono ascoltare molte storie, la più famosa è di sicuro la leggenda di Kópakonan (la donna foca), che sembra ispirarsi alle Selkie, creature fantastiche della mitologia irlandese, islandese, e scozzese.

La credenza popolare vuole che le Kópakonan siano delle donne trasformate in foche, le quali una sola notte all’anno possono tornare sulla terra, togliersi la pelle di foca, divertirsi e ballare tornando alle loro sembianze originarie.

La storia narra di un giovane contadino del villaggio di Mikladalur che sarebbe riuscito a rapirne una e a sposarla. Ma la donna, riappropriatasi della sua pelle di foca, riuscì a fuggire tornando dal suo maschio che l’aveva amata prima di quell’avventura umana e che la stava ancora aspettando.

Un giorno però il giovane di Mikladalur decise di andare a caccia di foche con i suoi compagni e, ignorando la richiesta della Kópakonan che gli era apparsa in sogno chiedendogli di risparmiare il suo maschio e i suoi due giovani cuccioli, uccise tutte le foche che le armi a disposizione gli consentirono.

La sera mise in tavola per i suoi figli la testa del maschio di foca e le pinne dei cuccioli, in quel momento apparve dal camino la Kópakonan che, prese le sembianze di un Troll, gridò la sua vendetta, scagliando una maledizione sugli uomini del villaggio di Mikladalur:  “alcuni moriranno in mare e altri cadranno dalle alte scogliere finchè non ci saranno stati morti sufficienti a coprire il perimetro dell’isola di Kalsoy!” Scomparendo poi in un gran fragore.
Questa è solo una leggenda, ma ancora oggi, quando un uomo annega in mare o cade da una scogliera i faroesi credono che la misura degli uomini morti non sia ancora arrivata a coprire il perimetro dell’isola.

Foto di Simone Sbaraglia – testo di Francesca Bongarzoni