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Cacciatori a confronto: io cacciatore di immagini in giro per il mondo, loro, testimoni di una tradizione millenaria.

Se mi chiedessero di definire con una sola parola questo mio lavoro in Mongolia lo definirei così: una sfida…

Non mi riferisco solo alla tanta, tantissima, fatica: 12 giorni passati in tenda, il freddo, la consapevolezza di voler realizzare delle immagini che fossero diverse dalle centinai già viste. La mia idea di fotografia “dinamica” messa a dura prova da un ambiente che si muove al rallentatore, che ha come unico orologio il cambio delle stagioni.

La voglia di raccontare il rapporto unico che si stabilisce tra il cacciatore e la sua Aquila, l’abilità nell’addestrare questi maestosi uccelli, gli spazi sconfinati…

Una tradizione antica, originaria dal Kazakistan, che probabilmente nel giro delle prossime due generazioni sarà scomparsa o comunque trasformata in uno spettacolo per turisti.

Sono sui monti Altai ai piedi del ghiacciaio Potanin, nella punta ovest della mongolia, al centro tra Cina a sud , Kazakistan a ovest e la steppa Russa a Nord. Durante l’inverno qui le temperature scendono sotto i -40 gradi celsius. Una zona così remota che solo un telefono satellitare mi tiene in contatto con la civiltà. La nostra spedizione si sposta lentamente a bordo di un’inarrestabile Uaz (acronimo di Ul’janovskij Avtomobil’nyj Zavod è un marchio automobilistico fondato in URSS nel 1941), mentre per i percorsi a piedi abbiamo il supporto di una carovana di cammelli, che trasportano il nostro campo.
Con me X-T2 e X-PRO2, fedeli compagne di viaggio.

Gli spazi della steppa mongola si ripetono uguali per giorni, attraversarli provoca un misto di sensazioni. Mi trovo in una delle zona con la più bassa densità di popolazione del pianeta, non si incontrano che piccoli villaggi o GHER, la tipica tenda circolare del popolo nomade mongolo. Per raccontare gli sconfinati panorami mi affido al FUJINON XF10-24 mm, preciso e leggero, mentre all’interno delle tende il FUJINON XF 16mm F1.4 wr mi permette di lavorare tranquillo nonostante la poca luce.

Incontriamo i primi cacciatori con le aquile dopo sei giorni di viaggio.

Non avevo mai avuto l’opportunità di vedere da cosi’ vicino questo maestoso volatile. L’aquila è semplicemente bellissima. Incrociare il suo sguardo incute timore.

Le aquile vengono prelevate dai loro nidi quando ancora non sono in grado di volare e per nove anni vivranno in totale simbiosi con il loro cacciatore, tra di loro un patto: al cacciatore andranno le pelli, all’aquila la carne delle prede (principalmente volpi e lepri). Trascorsi questi anni, il cacciatore restituirà loro la libertà. Una tradizione che potrebbe sembrare crudele, ma che in realtà racchiude un profondo rispetto verso la natura.

Ho il privilegio di assistere da vicino alle fasi di addestramento alla caccia.

Tutto inizia con il cacciatore che adagia il predatore in cima ad una collina per poi allontanarsi al galoppo. Una volta scoperta la carcassa di una lepre lancia il richiamo attraverso delle urla simili al verso del rapace. Da quel momento lo sguardo dell’aquila resterà fisso sulla preda finché l’uccello non deciderà di spiccare il volo e di lanciarsi a tutta velocità sulla sua preda. Gli artigli protesi in avanti , lo sguardo fisso , le ali a coprire la preda appena brandita. Uno spettacolo unico, una dimostrazione della potenza della natura. Per far allentare la presa il cacciatore incappuccia l’aquila con il TOMAGA: privata del suo senso principale l’aquila diventa docile, allentando subito la presa evitando di rovinare la pelliccia della preda. Durante questa operazione il cacciatore utilizza anche il JIMDORBA, una zampa di coniglio o di marmotta con attaccata della carne che offre all’aquila come ricompensa. Una volta recuperata la preda si lancia al galoppo mostrando fiero la sua aquila . Per proteggersi dai mortali artigli indossa un guanto fatto di pelle di vacca , il BIALEYE. Durante i lunghi spostamenti (la caccia di una preda può durare diversi giorni) il cacciatore per sostenere il peso dell’aquila utilizza una sorta di piccola stampella in legno fissata sulla sella, il BALDACH. Trascorro i seguenti tre giorni con i cacciatori con le Aquile in un susseguirsi di voli e di dimostrazioni di abilità nel galoppo.

Mentre scrivo questo racconto ricevo comunicazione che l’ immagine di apertura di questo post ha guadagnato una menzione d’onore all’Oasis international Photo contest.

Tanta soddisfazione dopo tanta fatica.

Simone Raso the eagle's hunter

Simone Raso the eagle's hunter

Simone Raso the eagle's hunter

Simone Raso the eagle's hunter

Simone Raso the eagle's hunter

Simone Raso the eagle's hunter