Venezia è probabilmente una delle città più fotografate al mondo, secondo alcune classifiche, la sesta o la settima. Questo ne fa anche una delle città visualmente più abusate, e per qualcuno, al giorno d’oggi, anche meno interessanti da catturare in immagine. Di sicuro, però, è un mondo suggestivo e pieno di attrattività, o per lo meno, per me lo è, continuerà ad esserlo sempre, anche dal punto di vista fotografico.

Ma io sono di parte si dirà. Vero!

È la mia città, è dove, praticamente, sono cresciuto, e dove anche ora passo la maggior parte del tempo, quando ho bisogno di uno stacco dalla “follia” quotidiana. Sento di appartenere profondamente a questa città, d’altra parte qui sono nato, e qui sono le mie radici, e per questo ho sviluppato un profondo amore per “lei”, madre e amante; un sentimento che penso molti veneziani abbiano, soprattutto quelli che, come me, sono costretti a vivere altrove.

Ispirato dal libro di Giannina Piamonte Venezia Vista dall’Acqua, che negli anni 60 mappò la città così come vista dai suoi rii e canali, da qualche mese ho pensato di portare le mie fotocamere Fujifilm, e quest’estate la nuova Fujifilm X-E3 in un viaggio tra sogno e realtà, tra suggestioni del passato e vita quotidiana, tra gloriosi palazzi e distese di acqua lagunare, in un incontro più intimo con questa creatura dalla bellezza antica e dalle mille sfaccettature. Un viaggio forse più insolito di altri già visti, e in certi momenti anche più selvaggio, quello di Venezia vista dall’acqua.

La barca è una dimensione, che, gondola turistica a parte, è propria di chi vive in città, o meglio chi vive la città, e assieme ad essa la laguna, senza la quale la città stessa non esisterebbe. La barca, o il “barchin” in alcuni casi, diventa mezzo indispensabile, se si vuole percorrere la distanza d’acqua per raggiungere alcune delle isole e isolette che la costellano, e il più delle volte in maniera unica e straordinaria: fiancheggiando barene, casoni e secche, che nascondono un mondo paesaggistico ricco di avifauna e di sorprese. Si può quasi dire che sia nel DNA di ogni veneziano, ed è proprio questa parte dell’esserlo, che ha ispirato il lavoro, è il privilegio di poter “godere” di questo luogo attraverso un punto di vista privilegiato, quello di chi sta in acqua, sia essa quella dei canali, o quella della laguna.

In città solo alcuni mezzi a motore sono permessi, così muoversi in gondola, in una mascareta, o un sandolino, o in altra imbarcazione a remi tipica veneziana, diventa sicuramente la soluzione migliore. Una dimensione che non coinvolge solo la vista, ma quasi tutti i sensi assieme. Lo scafo a fondo per lo più piatto scivola agilmente e lentamente sull’acqua, anche bassa, e la sensazione più forte che questo moto trasmette è quella di instabilità, di mancanza di equilibrio. Che si voghi per conto proprio o ci si faccia trasportare, il contatto con l’acqua attraverso il legno diventa qualcosa di unico. Un’esperienza molto simile al camminare sull’acqua, perché queste barche non hanno sponde altissime e il tutto viene accentuato, se come me amate stare in piedi, sfidando spavaldi la precaria stabilità di questa posizione. Ma non è tutto. I canali interni in città, soprattutto quando la marea è bassa, inondano le narici di odori forti, acri, contrarianti: c’è il salso, ci sono le alghe, gli scarichi, le muffe dei mattoni che si sgretolano, non è il putrido fetore delle paludi, è l’odore della vita a Venezia, duro, dolce e penetrante, qualcosa che ogni veneziano riconosce come usuale, e che è parte del “sentirsi a casa”. Poi c’è il silenzio, o meglio, lo sciabordio ritmico dovuto alla remata, le grida dei “pope” (i conducenti delle barche a remi), che riecheggiano da una parte all’altra del dedalo di canali e che danno indicazione ad ogni incrocio della loro direzione “Ohe! Stagando!”, oppure “Premando”, oppure “De łongo”, se si va a sinistra, a destra o dritti, e la risposta degli altri, spesso è “Xe neto”, per dire che la via è libera. Stimoli, tutti parte di una cultura antica, saggia e pragmatica, che non può non riempire il cuore di emozione, nel momento in cui la si vive, e che ritrovo come segnali di un’intimità profonda che mi connette a questo luogo. Ecco dove queste immagini vorrebbero portarvi.

E ancora, via! Fuori centro città, e di corsa in barca a motore, con il vento in faccia, e il sole che brucia la pelle, verso Murano, Burano e San Francesco del Deserto, così diversi e quasi magici.

Avere con me le mirrorless della serie X Fujifilm, hanno contribuito a rendere questo lavoro più semplice e più approcciabile, e ne vado fiero.

Marco Tortato