“Sii ciò che vuoi”. Questa frase mi colpisce come uno schiaffo mentre vago alienato in uno dei templi dell’era moderna: il centro commerciale Euroma2, 52.000 metri quadri di shopping, oltre 230 negozi. Tutto qui dentro rimanda a un luogo di culto, perfino l’imponente stele che troneggia altissima al centro dell’edificio. Mi viene spontaneo domandarmi che Dio si celebri in questo luogo. Il Dio Denaro? Mi sembra una spiegazione troppo semplice e non molto convincente: il Dio Denaro viene celebrato più e meglio a Wall Street o Piazza Affari. E poi qui non si fa sfoggio di ricchezza, ci sono acquisti per tutte le tasche.

Ironicamente, un cartello ricorda che la Santa Messa si tiene nella “Cappella della Trasfigurazione” ma non credo che il Dio del tempio sia lo stesso Dio celebrato in quella cappella. Spaesato, mi guardo intorno. La luce delle vetrine è abbagliante, fatico a mettere a fuoco i contenuti di quello che vedo, mi colpiscono sopratutto le luci. Passo con lo sguardo da una all’altra senza riuscire a distinguerne i dettagli. Le persone camminano velocemente in tutte le direzioni, fagocitate a nugoli dai negozi. Non hanno lineamenti, troppa la luce e troppo veloci loro, “sono falene”, penso, “attratte dalla luce delle vetrine”. Ma perché? Cosa c’è in questo luogo di così mistico e alienante?

Devo far passare una mezz’ora in qualche modo, mi guardo intorno disperato in cerca di qualcosa da fare. Poi mi ricordo di essere un fotografo, e di avere una macchina fotografica al collo. La fotocamera è per me uno straordinario strumento di comprensione. È come se l’obiettivo fosse un’estensione della mia mente: quando ho le idee confuse agisce come un filtro che trattiene l’inessenziale e mi mostra solo quello che ho bisogno di vedere. Attraverso l’obiettivo le persone si confondono con i manichini, il movimento continuo della folla diventa la risacca di un incessante mare di ombre. Non ci sono persone qui, ci sono anime senza corpo in cerca di salvezza, e la salvezza è in qualche modo nascosta tra quelle luci. Piano piano inizia a prendere forma un’idea: raccontare fotograficamente questo luogo, queste persone-non persone, queste luci. Torno a casa un po’ spaventato ma con l’eccitazione che sempre accompagna la nascita di una storia.

“Sii ciò che vuoi”. Ma il Dio del Tempio, pur generoso, è esigente: chiede come sacrificio che ciascun fedele si spogli della propria identità, che diventi ombra di se stesso, ma promette in cambio tante nuove identità, una per ogni occasione. Nel Tempio non sei più solo con la tua insoddisfacente personalità, puoi abbandonarla nel parcheggio e tornare a casa con una identità tutta nuova. Le luci abbaglianti delle vetrine nascondono dispenser di identità.


Forse inizio a capire quella luce che attrae le falene. “Mio nonno è sempre mio nonno, è sempre Ambrogio in ogni momento” cantava Gaber, meraviglioso precursore dei tempi. Oggi Ambrogio può scegliere di essere chiunque. L’identità, nella nostra epoca, non è più mutuabile da valori assoluti, culturali, metafisici. E dunque le offerte di identità si moltiplicano. Ogni giorno puoi essere un altro, ricominciare da zero con una nuova personalità definita ai tuoi stessi occhi, prima ancora che agli occhi degli altri, dai tuoi acquisti.


La carta di credito è la chiave che apre il mondo delle identificazioni, è il portale di accesso al mondo dell’identità fluida, consente di ricostruire il proprio sé senza rischi. Sei ciò che compri. Ma se l’individuo mono-identitario ha bisogni relativamente ridotti, i suoi consumi essendo mossi da un principio di coerenza e di razionalità, l’individuo multi-identitario non ha limiti. È mille consumatori in uno, è la moltiplicazione dei sé tramite la creazione di personalità multiple. Geniale, bisogna riconoscerlo. Ma come hanno fatto?

Non sono un sociologo, sono solo un fotografo, o meglio cerco faticosamente di esserlo. Come farò a raccontare questo turbinio di emozioni, sensazioni e pensieri? Ed ecco che all’eccitazione per la nascita di una storia fa seguito, come sempre, il panico. Non ce la farò mai.


“Sii ciò che vuoi”. E io chi voglio essere? Inizio a frequentare assiduamente i centri commerciali. Appena ho un paio d’ore libere vado a girare tra le vetrine. Decido di girarli tutti, almeno i principali. Se si vuole capire una religione, mi dico, non basta entrare in una chiesa sola. Chi mi vuole bene pensa che mi sia andato in acqua il cervello, cerco di spiegare che è per un buon fine. Fatico ancora a distinguere i lineamenti delle anime-falene che si inseguono nel Tempio, ma non cerco più di farlo. Ora so che voglio rappresentare proprio l’affanno di quelle ombre.

Mi torna in mente l’insegna che “girando correa tanto ratta che d’ogni posa mi parea indegna” e allora penso che la Dantesca “tratta di gente”, condannata all’eterno supplizio per non aver mai preso posizione non è forse tanto diversa da queste anime moderne, condannate all’insoddisfazione eterna per non aver saputo scegliere un’identità. Le abbiamo volute tutte, da cui la nostra misera condizione. Misera sì, perché l’individuo multi-identitario, condizionato dai media, non riconosce la strumentalizzazione dei propri bisogni. Egli è schiavo, ma non sa di esserlo e la soddisfazione effimera che prova nell’appagare il bisogno continuo di una nuova definizione nasconde la sua profonda infelicità. A queste povere anime “stimolate molto” alla Dantesca maniera, nei desideri e nelle pulsioni, viene preclusa ogni possibilità di autentica realizzazione umana.


Se vedo appagamento nelle ombre cariche di buste, è un appagamento momentaneo. Mi aspetto quasi che, uscendo piene di acquisti da una vetrina, corrano a gettarli nel cassonetto per poter essere risucchiate da una nuova vetrina, un nuovo sé, tanto veloce mi pare la dimensione temporale nel Tempio. L’oggetto acquistato perde ogni importanza nel momento stesso in cui viene in nostro possesso. Lo scopo del gioco è l’acquisto, l’atto che ci definisce, completata la transazione non abbiamo più bisogno dell’oggetto del desiderio. La natura autoreferenziale della nostra pulsione al consumo, che ha per oggetto se stessa, implica una compulsiva ricerca di soddisfazione che non si esaurisce mai. Già, perché il miraggio della realizzazione tramite una nuova definizione alimenta la corsa delle anime dietro l’insegna del consumo, generando una cronica insoddisfazione, ansia e inquietudine.


Le ombre sono un fiume, la cui fluidità mi colpisce come rappresentazione vivida dell’analisi sociologica di Bauman. La società del consumo è liquida perché le situazioni e le condizioni mutano in continuazione, prima che gli stessi protagonisti delle azioni possano consolidare un’abitudine o un comportamento. L’invecchiamento dell’identità acquisita è repentino, appena nata è già obsoleta. “Ho sempre bisogno di una nuova definizione”, Gaber ancora.

Non so se completerò mai questo lavoro, più capisco cosa voglio rappresentare più mi sento bloccato. Giro per le vetrine con la macchina fotografica in mano, fermato ogni dieci passi dai custodi del Tempio, le guardie che mi chiedono conto di quell’arnese al collo. Non hanno divieti espliciti da opporre, ma evidentemente percepiscono il mio strumento come un pericoloso grimaldello in grado di scardinare la taloro complessa religione. Se non vogliono che fotografi forse vale la pena farlo. Riprendo coraggio. Continuiamo a provare.


“Sii ciò che vuoi”. Incollo il viso alle vetrine, voglio vedere l’identità in vendita. In trasparenza l’incessante fiume in piena di ombre fagocitate e poi risputate dai negozi, ma vividi e immobili ci sono loro: i manichini. Se le persone sono, ai miei occhi, spersonalizzate e hanno ormai perso ogni sembianza umana, ridotte a ombre condannate al perenne movimento, al contrario i manichini sono vivi. Sono quasi umani, sono più che umani, sono le persone piene e soddisfatte che nel Tempio non esistono. Sono l’ideale cui tendere, belli, eleganti, sicuri di sé e, sì, vitali. Cosa sta succedendo qui dentro? Le persone vengono disumanizzate e le non persone umanizzate? O forse sono io che sto impazzendo?

Inizio a fotografarli e attraverso l’obiettivo subisco ancora più forte il contrasto tra le non-persone personificate e i riflessi delle persone spersonalizzate. Se l’essere umano è diverso dai manichini in virtù dei rapporti che è in grado di coltivare, non c’è spazio qui per questa diversità. Come ogni altro fenomeno della società liquida, anche le relazioni umane sono provvisorie, effimere, instabili. A cosa serve un solido rapporto interpersonale se l’identità sulla quale è fondato è destinata ad essere sostituita in un battito di ciglia? Nella nuova identità il vecchio rapporto non può più esistere, andrebbe ricreato dal nulla. Ma come può un individuo programmato per ridefinirsi quotidianamente, accettando l’infinita novità offerta dal mercato, decidere di lavorare a lungo su una relazione? Se il valore della novità supera quello della durata, anche gli amici sono da sostituire quotidianamente. Il partner ha un valore solo se è occasionale, altrimenti è un fardello, una pericolosa rimembranza della nostra identità di ieri, già dismessa. I rapporti devono piegarsi alla rapidità del nuovo mondo liquido. “Non c’è da stupirsi – scrive Bauman – se il consumo dei rapporti si adegua al consumo di automobili, ripetendo il ciclo che comincia con l’acquisto e termina con lo smaltimento dei rifiuti”. Ecco, rifiuti appunto.

La spiacevole sensazione è che questo Tempio patinato nasconda una discarica sul retro. Ad ogni acquisto di una nuova identità ci si lascia alle spalle qualche vittima: i rapporti umani che muoiono insieme all’identità dismessa, le persone che avevano creduto in noi, la stima in noi stessi. In che cimitero finiscono? E chi le produce queste nuove identità da somministrarci quotidianamente? Se comincio a capire il Dio del Tempio a spaventarmi sempre di più sono i suoi sacerdoti.
“Sii ciò che vuoi”. Ma ciò che vuoi essere te lo diciamo noi.

Simone Sbaraglia